In questa sezione del museo puoi ripercorrere la storia del basket italiano dalle origini.

Storia


Quattro grandi allenatori per una storia "italiana" (seconda parte)

Allontanato Mc Gregor, la Federazione alla fine del 1956 affidò la panchina a Nello Paratore che era esattamente l'allenatore "opposto" del predecessore. Se Mc Gregor era un esuberante play boy prestato al basket, Paratore era un monaco, tutto studio e chiesa (pardon.. palestra).

Nello Paratore è stato uno dei grandi della pallacanestro europea. Nato a Il Cairo da genitori italiani, arrivò in Italia dopo essersi laureato alla locale American University ed aver riscosso grandi successi internazionali alla guida dell’Egitto (campione d’Europa nel 1949, quinto ai mondiali del 1951). Dall’aria dimessa era piccolo di statura, sempre con la sigaretta accesa, alieno da polemiche giornalistiche, poliglotta (conosceva perfettamente il francese, l’inglese, l’italiano e l’arabo). Fu un gigante sia come tecnico sia come straordinario maestro di allenatori.

Arrivato quarantaduenne in Italia, nel 1954, gli fu affidata la nazionale giovanile e quella femminile, oltre ad essere nominato vice di Mc Gregor. Strutturò il corpo degli Istruttori federali, formato dagli allenatori di serie A, i quali avevano il compito di  diffondere localmente le direttive tecniche federali. Il risultato fu che agli inizi degli anni '60 ci fu uno straordinario innalzamento tecnico degli allenatori e, di conseguenza, dei giocatori.

Proibì la difesa a zona nei campionati giovanili, pena la sconfitta 2-0 poiché poco educativa ed inventò gli stage della nazionale specifici per i “Pivot”.

Paratore era solito fare periodici viaggi di istruzione e programmò la prima tournee della nazionale negli USA. Aveva molta considerazione per il lavoro in palestra  e sosteneva che solo con la collaborazione di tutti era possibile raggiungere i risultati.

Tecnico sopraffino, Paratore fu anche l’ideatore del “passing game”, nato come evoluzione del “dai e cambia”, in quanto prevedeva tre esterni e due centri ai lati dell’aerea. La novità era che i centri si muovevano in allontanamento: il centro più vicino al compagno con la palla dopo aver atteso un eventuale passaggio si allontanava sul lato opposto, velando o bloccando il secondo centro, il quale sfruttando il blocco poteva tagliare basso verso la palla o salire in post alto e quindi dando un’ulteriore alternativa al gioco o all’uno contro uno del giocatore con la palla.

Il “passing game”, gioco con poche regole basato sulla improvvisazione di ottimi giocatori, si contrapponeva al classico “gioco per schema”, che limitava la fantasia dei giocatori ma era l’ideale per squadre mediocri in quanto si basava su un forte controllo degli allenatori in ogni fase del gioco.

Paratore sosteneva che era sbagliato copiare gli schemi di altri allenatori. Ciascuno doveva invece capire perché quegli schemi andassero bene per quella specifica formazione, metabolizzare il tutto per poi proporre uno proprio schema di gioco "originale" adeguato alle caratteristiche dei giocatori a propria disposizione. Da queste parole si evince l’intelligenza di Paratore, non a caso, grande campione di bridge e di tresette.

Paratore portò l’Italia al quarto posto alle Olimpiadi di Roma (con medaglia scippata perché un canestro nell’incontro con il Brasile non fu riportato a referto), al quinto alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 e ancora quinto ai Mondiali del 65 (senza Vittori, fuori per infortunio, miglior giocatore europeo in quell’anno), proiettando l’Italia tra le grandi.

Queste affermazioni portarono il basket a grande popolarità in Italia.

Alle Olimpiadi del 1968 a Città del Messico l’Italia si classifica invece all’ottavo posto, un insuccesso che viene addebitato a Paratore, giudicato dalla stampa ormai tecnicamente superato. Gli subentra nel 1969 Giancarlo Primo, già ottimo giocatore negli anni '50.

Primo, già vice di Paratore e head-coach della nazionale femminile, è stato un tecnico controverso perché pur avendo portato l’Italia a delle imprese notevoli, è stato sempre discusso e contestato dalla stampa specializzata e soprattutto dal "principe" dei giornalisti  baskettari, Aldo Giordani. 

Primo ha immediatamente rinnovato completamente i ranghi della nazionale post Olimpiadi 1968 lanciando uno stuolo di giovani campioni.

La sua giovane selezione ha subito battuto, sia pure in amichevole ma in trasferta, la Francia e la Spagna; purtroppo nei mesi successivi, agli Europei 1969 di Napoli è arrivata solo sesta, dopo aver perso nel corso del torneo due incontri cruciali di solo un punto.

Primo, incurante delle critiche, ha continuato imperterrito a proclamare la sua filosofia: un autentico culto per la difesa che caratterizzerà negli anni successivi sia la nazionale che l’intero basket italiano e del tiro in attacco quasi al limite dei trenta secondi. L'Italia d’altronde doveva  misurarsi con Urss e Jugoslavia, che avevano un bacino di utenza molto superiore al nostro, popolazioni geneticamente più consone alla pallacanestro delle nostre e un numero superiore di  talenti naturali.

Primo intelligentemente ha cercato di ovviare con una difesa molto aggressiva ed in attacco puntando sul gioco lento e ragionato ma muovendo molto la palla, così da far faticare la difesa avversaria e nel contempo si ricercavano soluzioni di tiro più facili per i nostri migliori nostri tiratori, i quali potevano operare nella loro posizione preferita. In pratica nel suo gioco c'era chi portava la croce e chi cantava.

Primo, che è stato il continuatore di una scuola evolutiva che si basava sulla saggezza tattica e la rigida organizzazione in difesa, ha inoltre ristrutturato il settore squadre nazionali, e pur potenziandone lo staff  ha voluto sempre allenare in prima persona quasi tutte le nazionali minori compresa la Nazionale Militare!

Di carattere estremamente serio e riservato, molto cortese e sempre disponibile si è guadagnato sicuramente rispetto, stima ed affetto da parte dei suoi giocatori, ma non dalla stampa nemmeno in occasione delle più belle imprese, inclusa la prima vittoria italiana contro gli Usa (21 maggio 1971 a Lubiana) grazie ad una difesa asfissiante e con un punteggio striminzito 66-64.

L’Italia negli anni '70 si conferma la terza forza continentale (dopo URSS e Jugoslavia) mentre in ambito internazionale l’USA rimane sempre il leader e noi lottiamo (storicamente) con il Brasile per un quinto posto nel ranking mondiale.

Giancarlo Primo ha portato l’Italia sul podio, in entrambi i casi con la medaglia di bronzo, agli Europei di Essen (1971)  e agli Europei del 1975 a Belgrado. Nell’edizione del 1977 arriviamo quarti ma battendo, per la prima volta, la squadra sovietica. Alle Olimpiadi del 1972 ci è invece sfuggito il terzo posto a favore di Cuba ed alle successive di Montreal nel 1976 ci siamo classificati quinti. Nel 1978 ai mondiali di Manila siamo arrivati quarti ed abbiamo mancato la medaglia di bronzo per la sconfitta all’ultimo secondo con il Brasile.

Giancarlo Primo chiude la sua carriera azzurra nel 1979 dopo un infausto campionato Europeo, disputato a Torino, dove arriviamo (solamente!) quinti, malgrado le assenze determinanti di Marzorati, Bariviera e Della Fiori.

Primo ha indubbiamente consentito all’Italia di consolidarsi nelle posizioni di vertice, ha creato una scuola italiana poco appariscente ma assai redditizia, grande difesa e attacco controllato, che è stata oggetto di studio da parte di tutto il mondo. Molti storici del basket ritengono che nessuno dei suoi successori, alcuni dei quali hanno vinto molto più di lui, ha più avuto l’occasione di tracciare un solco così netto. Gli si rimprovera però di essere sempre arrivato ad un passo dalla grande affermazione ed ogni volta di averlo fallito mentre le squadre italiane di Club, che utilizzavano due stranieri, hanno fatto larga messe di medaglie.

Primo, lasciata la nazionale, ha guidato squadre di Club raggiungendo prestigiosi traguardi con il Cantù (vittoria della Coppa dei Campioni e Coppa intercontinentale nel 1983).

La carrellata termina qui, ma è doveroso citare un altro allenatore che pur non avendo mai allenato qui da noi, ha fatto fare un ulteriore salto di qualità alla nostra pallacanestro facendola diventare “basket” in solo 10 giorni; tanto è durato lo stage di Lou Carnesecca, già allora affermatissimo allenatore statunitense di college (la famosa St. John’s University).

Paratore lo invita a Roma nell’estate 1965 per tenere un clinic riservato agli allenatori dei club.

Le lezioni vengono tenute al Palazzetto dello Sport di Viale Tiziano a Roma e Carnesecca ha a disposizione, come dimostratori, la nazionale juniores, tra cui i giovani Albonico, Iellini, Nizza, Fantin, etc.

Carnesecca parlando perfettamente l’italiano illustra sia i contenuti tecnici che gli aspetti psicologici e didattici con le più minute sfumature.

Il coinvolgimento dei partecipanti è totale e il clinic entrerà nella "mitologia" del basket italiano, perché Carnecca spalanca innanzitutto una finestra sui metodi di allenamento USA, insegnando a studiare un piano di allenamento, settimanale e giornaliero pianificando le attività. In questo piano devono essere compresi l’attacco, la difesa, ed il miglioramento specifico sia individuale che di squadra. 

I presenti furono colpiti dall’importanza e il tempo che Carnesecca dedicava, nell'ambito dell'allenamento alla difesa sottolineando l’importanza del concetto di aiuto e sviluppando strategie per cui il difensore non subisce più l’attaccante ma invece lo costringe ad andare dove troverà anche altri difensori che aiutano a contrastarlo.

Giancarlo Primo, che dovrà molto della sua filosofia cestistica agli insegnamenti di Carnesecca, svilupperà successivamente il concetto di “lato forte”, cioè dove c’è la palla e “lato debole” lontano dalla palla.

Carnesecca porta anche una grande novità tecnica che consiste in una nuova tipologia di difesa: la “zona press”, una difesa a zona disposta però inizialmente a tutto campo, che diventava una classica zona allorché la palla in attacco superava la metà campo.

Lo scopo è di “raddoppiare” in punti strategici, così da costringere gli attaccanti  a fare passaggi lenti e imprecisi, per cui facilmente intercettabili. La zona press entusiasmò il basket italiano, ma in realtà fu pochissimo adottata perché ci volevano giocatori agili, veloci e nel contempo allenatori coraggiosi.

L'hanno praticata negli anni '70 Jim Mc Gregor a Gorizia, Dido Guerrieri alla Mobilquattro e Dan Peterson all'Olimpia, negli anni '80.

Lou Carnesecca

Giancarlo Primo