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Testimonianze


Enrico Campana: "Vi racconto come avvenne il trasferimento di Bovone dalla Ignis Varese alla All’Onestà Milano"

Riceviamo da Enrico Campana e pubblichiamo questa testimonianza, con i più sinceri ringraziamenti.

Enrico Bovone, che aveva 21 anni, nel 1967 a Varese non si trovava bene, sradicato dalla famiglia e dai genitori che l'avevano messo al mondo non più giovani. Io ero suo amico da quando a 17 anni arrivò a Varese portato da Nico Messina, il suo scopritore in quel di Novi Ligure (Il Bovo era figlio di alto ufficiale della Marina, si diceva fosse ammiraglio), per giocare il campionato nazionale juniores  (under 18).  Nel 1963/64 l’Ignis aveva una squadra B in  cui giocava Toto Bulgheroni (che però faceva parte anche della squadra A), ma non gli juniores perché i ragazzini varesini andavano tutti alla leva della Robur et Fides; anch' io ho cominciato con il mitico coach Gianni Asti ma ero uno scricciolo, e fui tagliato assieme a Consonni che poi fu panchinaro nella grande Ignis senza mai mettere piede in campo. Per risolvere la situazione, anche perché i regolamenti federali obbligavano le squadre di A ad avere una squadra juniores, l’Ignis incaricò il prof. Nico Messina di allestire al volo la formazione per l’anno 1964/65: doveva trovare 9 giocatori da mettere attorno a Bovone. Per cui, in attesa di rafforzarsi (negli anni successivi arrivarono Malagoli, Benevelli, Caglieris,  tutti presi da Messina in giro per l'Itala),  noi -scarti della Robur et Fides- fummo arruolati con la maglietta gialloblu.

 Da quell'anno gli juniores giocavano in anteprima alla prima squadra di A sia in casa che in trasferta. C'erano Simmenthal (Masini e Longhi allenati dal prof. Fassi), Ignis ("Bovo" e poi noi banda bassotti), Cantù (Recalcati e Galbiati), Goriziana, Biella allenata da Curinga, il Petrarca che contava su  Fantin e Jessi, la Virtus Bologna con Bonaga (fratello di quello che sarebbe diventato noto come filosofo e famoso come fidanzato di Alba Parietti). Simm e Petrarca davano dai 30 ai 40 punti a tutti, ma il titolo nazionale andò (ed era il terzo di fila) alla Robur et Fides del “mago” Asti.  Il coach della prima squadra dell’Ignis era Vittorio Tracuzzi, quello della juniores Valerio Giobbi, un tranquillo bancario  che usava le monetine per indicare i giochi nei time out. Enrico era un ragazzo buono come il pane, molto introverso, allora essere alto così (era 2.10) suscitava i lazzi degli ignoranti.  E lui ci soffriva e si chiudeva sempre più in se stesso. Ricordo che andammo in trasferta a Padova e il bus in prossimità dell'Antoniano si fermò perché c'erano dei ladri che scappavano. Scendemmo tutti per tentare di inseguirli ma lui rimase lì immobile in prima fila a braccia conserte, il suo sorrisino, ad aspettare che rientrassimo per ripartire, per nulla interessato alla vicenda che noi romanzavamo.  E' chiaro che con 2,10 il giocatore era un capitale, fisico perfetto, ragazzo a posto, ottimo studente e buona istruzione, e Tracuzzi lo voleva agli allenamenti della prima squadra ma lui era tutto da sgrezzare, coordinato ma lento. Vittorio gli urlava dietro, e più lo spronava più lui si chiudeva. Dopo il liceo si iscrisse nel 1965 a Chimica a Milano, doveva fare il pendolare, voleva laurearsi per costruire il proprio futuro, nel frattempo aveva fatto progressi, era stato chiamato in nazionale, aveva il posto in prima squadra nell’Ignis che nella stagione 1966/67 gli diede fiducia promuovendolo pivot titolare ed ingaggiando un esterno, McKenzie, come straniero. Anche nella stagione 1967/68 l’Ignis gli aveva rinnovato fiducia ri-scegliendo, come straniero, un esterno, Sullivan.

E proprio durante l’annata 67/68 Bovone attraversa un momento difficile: aveva preso piena consapevolezza della propria bravura, aveva capito il valore sul mercato del suo cartellino, ma i suoi problemi esistenziali erano più che mai presenti, il rapporto con Tracuzzi non era proprio quello che faceva per lui, oltre al disagio della trasferta giornaliera a Milano per frequentare l’università, per cui decise di lasciare Varese e trasferirsi a Milano alla All’Onestà, team che aveva grandi ambizioni. Tutto questo senza però prima parlarne con l’Ignis, anzi mettendola di fronte al fatto compiuto. Era la primavera del 1968, l’Oransoda diretta da Stankovic aveva vinto lo scudetto mettendo in fila Ignis Sud di Napoli e Candy Virtus Bologna. Quarto il Simmenthal ed addirittura quinta l’Ignis Varese, che aveva licenziato Tracuzzi a gennaio affidando temporaneamente la squadra a Messina. La All’Onestà era finita nella parte bassa della classifica in quanto aveva disputato metà campionato senza il proprio asso Joe Isaac, ma voleva fortissimamente crescere e necessitava di un forte pivot.

L'Ignis si arrabbiò, voleva tenerlo fermo (si parlava di squalifica da uno a tre anni), però si rendeva anche conto della significativa perdita economica per la stessa società in caso di una rottura con il giocatore. Il proprietario, commendator Borghi che peraltro aveva la stessa storia di “self-made man” del patron della All’Onestà comm. Milanaccio, capì le ragioni di Enrico e considerato che Gualco e Messina gli garantivano che la loro fulgida promessa, il 18enne Dino Meneghin, avrebbe potuto benissimo riempire il vuoto lasciato da Bovone, diede l’assenso ad una cessione negoziata. Pertanto dopo 3 mesi di tira e molla con la All’Onestà,  il “cumenda” Borghi firmò il nulla osta. Il Corriere della Sera del’8 agosto 1968 annunciò il trasferimento boom che prevedeva lo scambio con Vatteroni, un ex ignisino che sarebbe tornato a Varese, più un importo cash di 50 milioni di lire a favore dell’Ignis. Devo precisare, e l’ho scritto  nella mia enciclopedia di basket, che Bovone  è stato il primo giocatore costato 100 milioni cash, in quanto la All’Onestà pagò  50 all'Ignis e 50 al giocatore, perché  la famiglia Bovone era comproprietaria a metà del cartellino.

La trattativa per la cessione, a dire il vero, non si concluse affatto all’inizio di agosto del 1968, perché l’Ignis subito dopo si era rimangiata la volontà di riprendersi Vatteroni puntando invece all’ingaggio di Ossola, play maker della All’Onestà ma varesino ed ex Robur et Fides.  Altra febbrile trattativa tra Ignis e All’Onestà e il 6 settembre 1968 veniva ufficializzata la definitiva cessione di Bovone dall’Ignis alla All’Onestà dietro i soliti 50 milioni cash più il cartellino di Ossola. Bovone nel frattempo era in ritiro da luglio con la nazionale per partecipare alle Olimpiadi di Città del Messico.

Al ritorno dal Messico, Enrico Bovone  che a Varese aveva patito un rapporto controverso con Tracuzzi (mentre era il “cocco” di Messina) trovò inaspettatamente a Milano lo stesso Tracuzzi come coach (che a sua volta aveva preso il posto di Percudani). Contemporaneamente Varese, dopo un altro estenuante tira e molla con il coach americano Lester Lane, affidò definitivamente nel settembre la panchina a Nico Messina, scopritore e primo estimatore di Bovone.  Enrico, introverso per natura, non fece mai commenti su questo fatto paradossale anche se era evidente che non ne fosse soddisfatto. Ed io ne sono stato testimone perché Enrico  affittò a Milano un bell'appartamento nella casa albergo in via Pavoniano, dietro l'Arena, assieme a Gianluca Ponzellini, giovane promessa del vivaio Ignis che studiava anche lui a Milano e che poi diventerà un quotatissimo commercialista di revisione dei bilanci di grandi aziende (e  Gianluca nel suo studio assumerà il suo cugino Giorgetti, oggi a Palazzo Chigi come sottosegretario con delega allo sport) dove  io giovane praticante giornalista spiantato, 30 mila lire al mese, stufo di fare la spola in treno fra Varese e Milano, venni ospitato gratuitamente per alcuni mesi da questi due miei carissimi amici, di cui piango oggi  la mancanza di entrambi.

La compravendita di Bovone fece fare un salto enorme nelle valutazioni dei giocatori e negli stipendi di giocatori e allenatori, il cui parco auto ne fu subito un chiaro indice. Lo stesso Bovone permutò la sua Fiat 600 con una rombante Alfa 1750 coupè, al pari di Masini, e Isaac acquistò una fiammante Porsche aragosta. L’anno successivo Tillman, il nero del Simm, girava in Ferrari. Di questo fenomeno si lagnò clamorosamente un anno dopo, nel giugno 1969, Rubini attaccando sul Corriere i dirigenti che pur di ingaggiare fenomeni (o presunti tali) offrivano cifre vertiginose con conseguenze pericolose sulla tenuta dei bilanci e lamentando la mancanza di etica sportiva e di moralità perché si dava l’illusione a dei ragazzi di essere dei divi. Risposero piccati Corsolini (Cantù) e Garbosi (All’Onestà) ammettendo che le ragioni esposte da Rubini erano corrette ma rammentando che lo stesso Rubini aveva praticato in passato il medesimo sistema salvo poi lamentarsene adesso allorché la potenza economica degli avversari lo aveva battuto.

Enrico rimase a Milano sino al termine della stagione 1970/71 allorché la All’Onesta -conscia di non poter più competere con realtà economicamente molto più forti- decise di lasciare il basket. Bovone se ne andò a Udine, fece una splendida carriera sportiva terminata a Siena, dove mise su famiglia, ebbe alcune disavventure personali che molto lo angustiarono e dove nel 2001 mise termine alla sua infelice vita. Ma di questo, che tanto mi tocca personalmente, ne parleremo in un'altra occasione.

Enrico Campana (Giornalista  e scrittore)

Racconto inviato e quindi riservato per il Museodelbasket-milano.it.