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"Mi ritorna in mente"...Ricky Pagani

“Un giorno Van Zandt incontra sul tram un aitante giovanotto con una mazza sotto il braccio che parlava un fluentissimo inglese.  “Ma tu – gli chiese-  a basket non giochi?”  Certo che gioco fu la risposta. Van Zandt lo invitò ad un allenamento del Borletti . E Cesare Rubini si trovò in casa, bello e fatto, Ricky Pagani."

In questo brano narrato da Aldo Giordani nel libro "50 anni di Olimpia Milano" (Forte Editore) c'è l'essenza del mito di Ricky Pagani: la poliedricità sportiva, la conoscenza delle lingue, la sfrontatezza e il carisma 'da capitano' sul campo.

Museo del Basket-Milano ha raccolto diverse testimonianze di chi lo ha conosciuto da compagno di squadra, come esempio da seguire, o da Uomo-Olimpia a tutto tondo anche dopo la fine della carriera.

Il primo a tracciare un profilo personale di Ricky Pagani è Paolo Vittori, classe 1938 al Simmenthal dal 1959 al 1964/65 (con 4 scudetti e 2 titoli di miglior marcatore del campionato):

"Ho un ricordo bellissimo di Ricky, il “Cinese” ; quando arrivai a Milano nel 1959/60, Lui era il nostro capitano e assieme a Rubini e Gamba furono i maestri nell’inculcarmi lo spirito Simmenthal, che ci consentiva di essere una squadra tosta, coesa e capace di non arrendersi mai. Vincemmo lo scudetto, era il mio primo e il suo ultimo.
Ricky era un grande: sapeva giocare a basket –nel senso completo del termine-  e voleva vincere, era un uomo squadra, un collante e nel momento in cui entrava in campo dava la sicurezza ai compagni di avere un argine difensivo e un prezioso attaccante. Eri sicuro che specialmente nei momenti topici lui non sciupava la palla e il suo uomo avrebbe fatto una fatica tremenda a segnare. Non aveva paura di nulla e di nessuno, sia in campo che fuori. Carismatico e simpatico era rispettato dagli avversari e dagli arbitri."

Della innata capacità poliglotta di Pagani (che ricordiamo nato a Shanghai, di padre italino e madre russa e formazione anglofona) è stato testimone, anzi  diretto interessato anche Art Kenney:

"Se dovessi cercare 'POLIGLOTTA"  al dizionario, mi aspetto di vedere una sua foto. Parlava 7-8-9 lingua e un inglese senza accento; a Leningrado nel 1970 per le trasferte di Coppa, traduceva tutto in russo per tutti. Quando Bogoncelli voleva ingaggiarmi, Ricky parlava con me in inglese e con il Presidente in francese in modo che potessi capirlo anch'io (non avevo ancora frequentato i corsi di italiano. Capii subito che l'Olimpia sarebbe stata il club ideale per me: la migliore delle fortune. Finite le trattative, siamo andati a mangiare al ristorante pochi passi da viale Piave.
Era sposato con una bella signora che faceva anche coreografia e in un'occasione ha convocato Gaggiotti, Papetti e altri per una trasmissione televisiva. Ricordo che il 5 marzo 1971, il mio compleanno, abbiamo vinto una partita di Coppa delle Coppe e siamo andati tutti comprese le belle mogli ... io scapolo) a mangiare all'O.K e la signora Pagani è venuta a cantarmi "Happy Birthday" ... era imbarazzato: ... che figuraccia per me, che risate per tutti gli altri!.
Un altro episodio fu durante una partita contro la Virtus Bologna alla Fiera (il PalaLido era occupato): lui con Mario Ferrari ed altri, durante un time-out quasi quasi facevano baruffa coi tifosi di Bologna.  Mi sono avvicinato per la rimessa, e ho gridato "Ricky, Mario, calmatevi" e l'ho detto io che non sono mai stato calmo durante nessuna partita!"

Chi invece ha tratto ispirazione dalle performance di Pagani sin dai tempi della gioventù è Luigi Parodi, prima giocatore delle 'minors' (come si direbbe al giorno d'oggi) della Liguria e poi penna di riferimento per i 'Giganti del Basket' e altre testate generaliste:

"Ricky Pagani è stato il giocatore che volevo diventare. Da ragazzo lo avevo visto in campo al Torneo di Sanremo e a Genova con la Nazionale contro la Francia. Giocavo nello stesso ruolo e sognavo di diventare bravo come lui. Non ci sono riuscito, il sogno è rimasto tale. 
Ho avuto, più tardi, il piacere di giocare con 'il Cinese' ed anche l'occasione di frequentarlo in quanto soci entrambi del Malaspina Sporting Club. Ricordo il suo impegno nel tentativo di dominare la racchetta da tennis e la sua competenza nello scopone scientifico.
Nel triennio 1974-1977 realizzammo ciò che ci stava più a cuore: una vera squadra di basket che partecipò (anche con Pieri, Riminucci ed altri 'ex') ai campionati di Prima Divisione e di Promozione. Un modo per rassicurarci che a quartant'anni potevamo considerarci ancora dei 'giocatori'.
Negli anni Novanta non frequentavo più il Malaspina, ma amici comuni ogni tanto mi davano sue notizie. Nell'ottobre del 1998 mi avvertirono che in una chiesetta non lontana da Segrate ci sarebbe stato il suo funerale. Mi unii al gruppo dei compagni di tante vittorie e degli amici degli ultimi anni. Per tutti indimenticabile Ricky "